Si chiama disintermediazione ed è il fenomeno che sta facendo uscire il nostro mondo da una fase durata 170 anni. Perché è pur vero che la diffusione delle notizie è cambiata moltissimo da quegli anni ’30 dell’Ottocento, quando la pubblicazione del Sun di New York inaugurò l’era del giornalismo, a oggi. E però quei cambiamenti straordinari – segnati dall’avvento di telefono, radio, televisione – non sono nulla se paragonati a quanto è accaduto a partire dal 1995, quando le news sono sbarcate in forze su internet.
La pervasività della digitalizzazione appariva probabile fin dall’inizio, ma l’effetto devastante sul modello tradizionale – fordista – dell’informazione lo si è scoperto dopo, a partire dal 2006-2008. Pubblico e imprese hanno scoperto la forza della comunicazione diretta, che fosse tramite siti commerciali o un blog, chat o social network. E i giornali di carta hanno iniziato la loro inarrestabile crisi di vendite e introiti pubblicitari, chiudendo a decine negli Stati Uniti (e non solo lì).
Nel 2011 un film di Andrew Rossi, Page One, ha raccontato questa crisi dal cuore del più famoso quotidiano del mondo. E nel 2012 dal Tow Center for Digital Journalism della Columbia School of Journalism è uscito il paper che ha chiamato le cose con il loro nome: il Post Industrial Journalism (testo aggiornato nel 2014) è ormai iniziato. E indietro non si torna.
Nel 2016 nel lessico di questa trasformazione è entrata una parola nuova, scelta come parola dell’anno dal comitato di redazione degli Oxford Dcitionaries: post-verità. Anche le fake news sono infatti un fenomeno legato alla disintermediazione: l’autorità degli “organi di informazione” è in crisi, il quarto potere è debolissimo, il quinto (la tv) non si sente troppo bene, mentre sui social vengono diffuse bufale a profusione. Resta da capire quanto questo processo sia governabile. Alcuni studi recenti inducono al pessimismo e il fact checking da solo, dice chiaramente Walter Quattrociocchi, non basterà a salvarci dal diluvio di bufale che noi stessi alimentiamo con la leggerezza di un clic. Tuttavia il giornalismo può giocare ancora qualche buona carta. Soprattutto se i cittadini se ne prenderanno cura.
Si chiama disintermediazione ed è il fenomeno che sta facendo uscire il nostro mondo da una fase durata 170 anni. Perché è pur vero che la diffusione delle notizie è cambiata moltissimo da quegli anni ’30 dell’Ottocento, quando la pubblicazione del Sun di New York inaugurò l’era del giornalismo, a oggi. E però quei cambiamenti straordinari – segnati dall’avvento di telefono, radio, televisione – non sono nulla se paragonati a quanto è accaduto a partire dal 1995, quando le news sono sbarcate in forze su internet.
La pervasività della digitalizzazione appariva probabile fin dall’inizio, ma l’effetto devastante sul modello tradizionale – fordista – dell’informazione lo si è scoperto dopo, a partire dal 2006-2008. Pubblico e imprese hanno scoperto la forza della comunicazione diretta, che fosse tramite siti commerciali o un blog, chat o social network. E i giornali di carta hanno iniziato la loro inarrestabile crisi di vendite e introiti pubblicitari, chiudendo a decine negli Stati Uniti (e non solo lì).
Nel 2011 un film di Andrew Rossi, Page One, ha raccontato questa crisi dal cuore del più famoso quotidiano del mondo. E nel 2012 dal Tow Center for Digital Journalism della Columbia School of Journalism è uscito il paper che ha chiamato le cose con il loro nome: il Post Industrial Journalism (testo aggiornato nel 2014) è ormai iniziato. E indietro non si torna.
Nel 2016 nel lessico di questa trasformazione è entrata una parola nuova, scelta come parola dell’anno dal comitato di redazione degli Oxford Dcitionaries: post-verità. Anche le fake news sono infatti un fenomeno legato alla disintermediazione: l’autorità degli “organi di informazione” è in crisi, il quarto potere è debolissimo, il quinto (la tv) non si sente troppo bene, mentre sui social vengono diffuse bufale a profusione. Resta da capire quanto questo processo sia governabile. Alcuni studi recenti inducono al pessimismo e il fact checking da solo, dice chiaramente Walter Quattrociocchi, non basterà a salvarci dal diluvio di bufale che noi stessi alimentiamo con la leggerezza di un clic. Tuttavia il giornalismo può giocare ancora qualche buona carta. Soprattutto se i cittadini se ne prenderanno cura.
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